sabato 11 gennaio 2014

Sentenza discutibile

Bullismo contro disabile minorenne: video rimasto in rete per due mesi
Nessuna responsabilità dei manager di Google Italia per la violazione delle norme sulla privacy


La Cassazione in data 18 dicembre 2013 conferma la sentenza di appello nei confronti dei tre dirigenti. L’accusa era violazione delle norme sulla privacy per il filmato, rimasto in rete per due mesi, in cui si vedeva un minore oggetto di bullismo da parte dei suoi compagni
Nessuna responsabilità dei manager della piattaforma italiana di Google per il video, rimasto in rete per due mesi, nel quale si vedeva un ragazzo minorenne e disabile deriso e oggetto di violenze da parte dei suoi compagni di scuola. A questa conclusione è giunta la Terza sezione penale della Cassazione che ha deciso di confermare l'assoluzione di tre top manager di Google responsabili per l'Italia nel 2006, quando il video che destò tante proteste andò in rete.
Il video incriminato era stato girato alla fine di maggio del 2006 ed era stato caricato in rete l'8 settembre dello stesso anno totalizzando moltissimi contatti. Le immagini mostravano un ragazzino affetto da autismo seduto su una sedia, picchiato da un compagno di classe mentre un'altra decina di ragazzi lo deridevano e gli tiravano oggetti fino a fargli cadere gli occhiali da vista costringendolo a cercarli affannosamente. Dalla diffusione di questa clip ha preso l'avvio il primo procedimento penale, a livello internazionale, che ha visto imputati manager di Google a causa di una pubblicazione sul web. 

Secondo il procuratore generale "non si può pensare che chi offre un servizio su una piattaforma poi non si occupi di quello che viene caricato". "Questo era uno dei filmini più visionati!" . In base alla tesi del pg un conto è l'e-commerce di merci e servizi in senso stretto, e un'altra cosa è la diffusione di dati sensibili che deve essere più sorvegliata. Ora tra un mese circa saranno rese note le motivazioni del verdetto della Suprema Corte e si saprà meglio quali sono gli ambiti di responsabilità, o meno, dei motori di ricerca per i contenuti che offrono.


venerdì 10 gennaio 2014

La denuncia di una madre disperata.



Questa è la triste storia di un ragazzo disabile di 19 anni, Manuel, che da 4 anni subisce bruciature di sigaretta da parte dei compagni; queste sono ovunque, sul mento, sulle braccia, sulla testa come se fosse un posacenere umano. Questa è una storia di bullismo, di indifferenza, di persone che fanno finta di non vedere ciò che accade. La mamma di Manuel non ne può più tra tanta sofferenza e continue denunce, ma continua a lottare perché tutto ciò finisca, perché venga fatta giustizia e venga restituita la dignità al figlio. A scuola, luogo in cui avvengono le violenze, nessuno vede mai niente, un professore consiglia alla madre di cambiare scuola al figlio, ma perché deve essere la vittima a rinunciare ad un luogo in cui ama studiare e non i carnefici ad essere prontamente allontanati? Il ragazzo è talmente impaurito che nemmeno urla o chiede aiuto, cerca di giustificare i compagni per evitare di aggravare la situazione. L’indignazione della madre aumenta quando dopo una denuncia, l’inchiesta viene archiviata perché Manuel non è in grado di testimoniare. La madre si sente sola, ma continua nella sua missione, fotografa le bruciature sul corpo del figlio, perché sono prova di ciò che accade a scuola, sono prova di ciò che non può andare dimenticato.
Per arginare il fenomeno del bullismo non ci si può permettere che accadano vicende di questo tipo. Bisogna denunciare, bisogna avere il coraggio di prendersi delle responsabilità. Tutta la comunità deve essere protagonista. Una madre non dovrebbe mai sentirsi sola nell’affrontare una battaglia per il figlio.

fonte: il messaggero.it

Quando il bullismo è tra fratelli Un rischio che non è innocuo

I comportamenti aggressivi tra fratelli sarebbero spesso sottovalutati dai genitori

 MILANO – Dalla camera di Giulia e Marco ecco provenire i soliti strilli e finisce sempre con qualcuno che piange. Storie di ordinaria convivenza tra fratelli o c’è qualcosa di più? In alcuni casi sembrerebbe di sì, dietro apparentemente normali schermaglie tra figli si celerebbero atti di vero e proprio bullismo la cui gravità viene ignorata dai genitori e dagli stessi bambini. Lo sostiene, in uno degli ultimi studi pubblicati sull’argomento, una ricerca della Clemson University apparsa sul Journal of Interpersonal Violence.
LO STUDIO – Un team guidato da Robin Kowalski, docente di psicologia presso l’ateneo statunitense, ha preso in esame le testimonianze di circa trenta coppie di fratelli che hanno riportato di aver avuto, da ragazzi, esperienze di bullismo tra le mura di casa. Dall’indagine è emerso che il 75 per cento delle persone considerate dichiarava di essere stata vittima di bullismo da parte di un fratello, mentre l’85 per cento affermava di essere stato il bullo della situazione. «La cosa ci è apparsa strana», afferma Kowalski, «questi dati si discostano dalle percentuali riscontrate in altri episodi di bullismo, ad esempio tra compagni di scuola, dove solitamente i “carnefici” sono più restii a dichiararsi tali». E’ come se ci si sentisse meno colpevoli a essere arroganti e prepotenti nei confronti del proprio fratello, rispetto a quando ci si comporta così con il vicino di banco. «Il bullismo tra fratelli», prosegue l’esperta, «non sembra essere percepito come un problema, ma viene accettato come qualcosa di normale».
RISCHI PER LA MENTE Eppure certi atteggiamenti tra fratelli non sarebbero del tutto innocui. E’ solo di qualche mese fa una ricerca della University of New Hampshire, pubblicata suPediatrics, che afferma, dopo aver considerato circa 3600 bambini sotto i 17 anni, che anche rari comportamenti aggressivi esercitati da un fratello su un altro causerebbero in quest’ultimo, a distanza di tempo, un peggioramento della sua salute mentale. Certi atti di bullismo, consumati tra le mura domestiche, provocherebbero profonde cicatrici a livello psicologico che sfocerebbero poi in ansia e depressione. «Certi atteggiamenti prevaricanti tra fratelli», afferma Corinna Jenkins Tucker, esperta di studi sulla famiglia e principale autrice dello studio, «sono altrettanti pericolosi per la mente del bambino quanto gli atti di bullismo che possono avvenire a scuola o in altri ambienti lontani da casa». E non si tratta solo di schiaffi, spintoni o altre aggressioni fisiche; a minacciare la psiche dei bambini ci sarebbero anche insulti, prese in giro e i tanti piccoli e subdoli dispetti con cui i fratelli si punzecchiano abitualmente.
CONFINE SOTTILE – Un po’ di competizione e qualche conflitto tra fratelli non sono però del tutto negativi; sono un buon allenamento per imparare ad affrontare le difficoltà dei rapporti interpersonali e aiutano a crescere. Tutto vero ed è anche per questo che i genitori tendono a sottovalutare gli episodi di bullismo tra i loro figli. Attenzione però a non superare certi limiti. E’ del tutto normale, sostengono gli esperti, che tra fratelli ci siano gelosie, rivalità e a volte anche un po’ di rabbia e risentimento, ma quando un bambino è costantemente la vittima di aggressioni fisiche o verbali da parte del fratello al punto da avvertire umiliazione e disagio, allora dovrebbe suonare per i genitori un campanello d’allarme. «Il confine tra la normalità e l’abuso è spesso sottile», sostiene Tucker, «e a volte sono i genitori che involontariamente alimentano i conflitti tra i loro figli ad esempio evidenziandone le differenze e trascurando le loro difficoltà».
GENITORI – Gli episodi di violenza tra fratelli sono spesso ignorati, anche se in realtà sarebbero 4-5 volte più frequenti rispetto a quelli che coinvolgono altri membri della famiglia. Mamma e papà non sembrano indignarsi e preoccuparsi per atti di bullismo tra i loro figli come invece accade quando questi comportamenti si ritrovano a scuola o tra compagni di gioco. E’ importante però che i genitori siano più consapevoli dei rischi che i loro ragazzi corrono e che non chiudano gli occhi davanti a violenze fisiche o verbali attuate da un figlio nei confronti di un altro. Anche perché, secondo gli studi, un bambino, vittima di bullismo da parte del fratello, sarà con più probabilità vittima di bullismo da parte dei compagni. L’ambiente domestico, con la sua stretta convivenza, secondo gli esperti, è uno dei luoghi dove i meccanismi psicologici che danno origine al bullismo possono meglio attecchire. E’ importante dunque far sapere ai ragazzi che violenza e ostilità, anche se esercitate da un fratello, non possono essere tollerate dai genitori. Questi dovrebbero poi promuovere ogni aspetto positivo della relazione tra i loro figli per salvaguardarne il benessere psicologico e il loro futuro senso di autostima.
Tratto da Corriere della sera- inserto salute del 17.10.2013 Cristina Gaviraghi


giovedì 9 gennaio 2014

E' possibile una prevenzione del fenomeno bullismo?


 Comprendere le problematiche connesse al fenomeno “bullismo” permette di identificare le tipologie di vittime, gli aggressori, alcune possibili cause e di proporre interventi mirati. In uno studio di Zimmerman (Arch Pediatr Adolesc Med, 2007) veniva evidenziato come fattore predittivo di bullismo l’eccesso di fruizione di televisione. E’ stato riportato che i bambini a 4 anni vedono in media 3.5 ore di Tv al giorno, i futuri bulli 5 ore e 3 ore i non bulli. Un eccesso di televisione a 4 anni, considerata età filtro, è risultata associata in modo statisticamente significativo con il bullismo, mentre la stimolazione cognitiva da parte dei genitori ed il supporto emozionale, alla stessa età, sono risultati protettivi nei confronti del bullismo. E’ dimostrato che la televisione influenza il comportamento, per cui i genitori dovrebbero essere incoraggiati a limitarne la visione soprattutto dei più piccoli. Le linee guida dell’Accademia Americana di Pediatria raccomandano che i bambini sotto i 2 anni non debbano mai guardare la televisione.
Cosa fare?
Gli interventi per contrastare il bullismo devono essere obbligatoriamente multidisciplinari. E’ stato dimostrato che tutti gli interventi settorializzati sono destinati a fallire. La scuola deve essere in prima linea, ma non può assolutamente essere lasciata sola.
Quale ruolo può avere il pediatra di famiglia?
Il Pediatra di famiglia opera in una posizione privilegiata per individuare le problematiche psico-sociali che molte famiglie si trovano ad affrontare, riconoscere precocemente le condizioni di disagio in cui il bambino vive, creare una rete di protezione intorno al bambino e alla sua famiglia. I Bilanci di salute che effettua a varie età filtro rappresentano l’occasione per indagare, intercettare, rilevare, focalizzare tali problematiche e per programmare i possibili interventi interagendo in particolare con la Famiglia e con la Scuola.
Famiglia e scuola
Nella crescita di un individuo le principali “agenzie” di socializzazione e di educazione sono la Famiglia e la Scuola. Ma Famiglia e Scuola perseguono le giuste finalità? Collaborano? Condividono le rispettive finalità? Quanto si legittimano a vicenda? Quanto sono delegittimate da altre “agenzie” (Tv, videogiochi, internet, cinema, gruppo dei pari ecc.) cui attingono bambini e adolescenti? Famiglia e Scuola dovrebbero collaborare nel far percepire quanto più possibile ai bambini/adolescenti di essere soggetti amati e rispettati. A scuola e in famiglia dovrebbe sussistere coerenza e continuità educativa. I valori di base e gli strumenti formativi dovrebbero essere condivisi e verificati in un contesto di dialogo. Scuola e Famiglia dovrebbero interagire per promuovere interventi tesi a costruire una cultura del rispetto e della solidarietà tra bambini/ragazzi. Se nell’ambiente familiare il bambino sperimenta la carenza di cure materne, la privazione del padre o la disgregazione familiare, sarà predisposto ad un futuro comportamento aggressivo. D’altronde una Scuola non autorevole, che non esplichi un adeguato ruolo educativo, ma investita solo di competenze istruttive, non può che produrre “disagio” nei soggetti a lei affidati. La Scuola e la Famiglia devono collaborare per creare un ambiente formativo-educativo positivo, anche per la prevenzione ed il trattamento di episodi di bullismo.
Fare attenzione a:
I bulli e le loro vittime sono ragazzi che meritano la nostra massima attenzione. Su di loro occorre convogliare le massime energie di quanti si occupano della loro educazione e cura. A nulla valgono punizioni severe od esemplari. Occorre, invece, siano essi bulli o vittime, ascoltarli, consigliarli con partecipazione emozionale profonda, senza giudizio sulla persona, in un dialogo franco ma, nello stesso tempo, autorevole, che sappia rendere giustizia all’essere umano che è in ciascuno. Da educatori, insegnanti, genitori, pediatri non dobbiamo pensare al bambino prepotente o debole o difficile, ma dobbiamo “sentire” e “sostenere” l’essere “umano” che è dentro di lui, che spesso soffre in un ambiente disfunzionale. Sarebbe ottimale poter utilizzare le loro risorse positive e migliori per farli diventare dei leader e strumento di appoggio per i loro coetanei. Creare tali occasioni rappresenta una sfida. Provarci è importante, indispensabile e improrogabile oggi. Solo se il soggetto si considererà amato, degno e rispettato, potrà evolvere da “Bullo” a “Leader positivo”.


Tratto da Uppa.it bimestrale per genitori scritto da pediatri- congresso nazionale sipps siena 2009

mercoledì 8 gennaio 2014

No al cyber-bullismo: ecco arrivato il primo Codice di Autoregolamentazione.



È stata approvata la bozza del primo Codice di Autoregolamentazione per il contrasto del Cyber-bullismo al tavolo presieduto dal Vice Ministro Antonio Catricalà, con rappresentanti di istituzioni( Mise, Agcom, Polizia postale e delle comunicazioni, Autorità per la privacy e Garante per l’infanzia), associazioni( Confindustria digitale, Assoprovider ed altri) e operatori (Google, Microsoft e altri). La bozza prevede l’impegno degli operatori della Rete e di chi opera nei servizi di social networking ad attivare meccanismi di segnalazione, ben visibili e cliccabili, di situazioni di bullismo digitale, cercando così di contrastare e prevenire la diffusione del fenomeno. Questi meccanismi saranno disposti all’interno della pagina visualizzata in modo chiaro e facilmente utilizzabile in modo che anche i più giovani possano prontamente segnalare situazioni di rischio e insicurezza. Con questo strumento gli operatori sostengono di poter controllare la situazione, per evitare che gli atti di bullismo siano reiterati nel tempo, accrescendo gli effetti che il cyber bullo ha sulla vittima. L'intervento "è ritenuto necessario anche a seguito dei gravi fatti di cronaca che hanno visto alcuni giovanissimi arrivare a gesti estremi dopo essere stati oggetto di insulti e diffamazioni su Internet". "E' il primo risultato concreto del tavolo tecnico sul fenomeno - dichiara il Vice Ministro Catricalà -. Voglio esprimere la mia soddisfazione per la collaborazione ricevuta non solo dalle Istituzioni ma anche dagli operatori della Rete su un tema così delicato e rilevante per la vita dei nostri giovani e giovanissimi".
È possibile consultare il codice per 45 giorni da oggi sul sito: www.sviluppoeconomico.gov.it

Fonte: Ansa.it

martedì 7 gennaio 2014

Per aiutare le vittime del bullismo: interventi di chirurgia plastica!


È di ieri la notizia che arriva da Washington di una ragazzina di 15 anni, Renata, sottoposta gratuitamente ad un intervento di rinoplastica in quanto le dimensioni del suo naso l’avevano costretta a passare 3 anni chiusa in casa per non essere vittima di insulti e prese in giro da parte dei compagni. Oggi è tornata a sorridere grazie alla Fondazione benefica, “Little baby Face Foundation”, che offre interventi chirurgici correttivi ai ragazzi meno abbienti e con deformità facciali che creano difficoltà  nell’affrontare la propria vita. La fondazione è stata creata nel 2002 dal dottor Thomas Romo, direttore di chirurgia ricostruttiva e plastica al Lenox Hill Hospital di Manhattan. Questa notizia ha creato non pochi dibattiti sulla possibilità di intervenire così drasticamente per aiutare i giovani, che devono convivere con deformazioni fisiche, per acquistare autostima. Il messaggio della protagonista di questa vicenda, Renata, è chiaro, essere chiamata “quella con il naso grosso” la faceva soffrire troppo, oggi invece è felice, ha riacquistato fiducia in sé e non si deve più nascondere. Anche se aveva cercato di convincersi di poter star bene nel suo viso, oggi è certa di aver fatto la scelta giusta perché prima non poteva funzionare.

Charlie Bartlett


Titolo originale: Charlie Barteltt
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: Commedia
Regia: Jon Poll
Pubblico: Scuola secondaria di primo grado, adulti


In questa commedia il protagonista, Charlie Bartlett, è un ricco adolescente espulso da diverse scuole per la sua personalità bordeline, che viene inserito nella scuola pubblica. Sin dai primi giorni integrarsi con i nuovi compagni non è cosa semplice per Charlie, che viene preso di mira dai bulli della scuola rimanendo vittima di qualche incidente. In mancanza di un dialogo adeguato con gli adulti, viene spinto all'uso indiscriminato di psicofarmaci dal potere dopante, che comincerà poi a contrabbandare ai compagni. Nei bagni della scuola terrà le sue sedute psicoanalitiche ascoltando i problemi dei coetanei saranno un ancora di salvezza per Charlie e per i coetanei o un errore fatale?


Provocazione: cosa ne pensate del metodo fai-da-te che Charlie escogita per venire acettato dai compagni e non essere più una vittima? E che immagine viene dipinta degli adulti che circondano Charlie e i suoi compagni?

Trailer :  http://www.youtube.com/watch?v=Wlvldo76Qe4

lunedì 6 gennaio 2014

Bullismo al femminile - Bullismo tra ragazze

Le donne ci mettono una certa punta di “stile”nei loro affari. Anche nelle persecuzioni. Tanti cari saluti alle spintonate, alle percosse, ai due o tre ceffoni, ai pugni. Sono qualcosa di troppo rude, è out.  Il popolo femminile pratica un bullismo tutto particolare, forse molto più tagliente, incisivo nella vita della vittima.
E’ vero, anche nei ragazzi vengono usate frasi intimidatorie, minacce, prese in giro di varia natura; quindi non utilizzano solo la filosofia “dello schiaffo e del pugno”. Ma pare che le ragazzine tendano a preferire il versante invisibile delle varie sevizie, che fa leva sulla parte più strettamente psicologica della vittima. Per questo motivo, appunto, è detto bullismo psicologico. Esso riesce ad arrivare là dove la mera violenza non arriva, a raggiungere degli obiettivi che per le ragazze sono più importanti, rispetto a quanto lo sarebbero per un “lui”.
Questa, in sostanza, la grande variante che differenzia le femmine dai maschi negli atti di bullismo: non si tocca la vittima con un dito (la maggior parte delle volte, perché non sono totalmente da escludere episodi di violenza tra ragazze), non le si torce un capello, ma le si distrugge l’immagine esteriore e interiore. ì
I casi di bullismo femminile si incrementano col passaggio dall’infanzia all’adolescenza [1].
Tipicamente femminili sono atti come la calunnia con malelingue piuttosto pesanti, le frasi e le “canzonette” in rima che hanno per oggetto la vittima, e, ovviamente, l’esclusione totale dal gruppo della classe,  un certo ostracismo.
Le prese in giro, sia sul fisico, che sul carattere e sul modo di vestire del malcapitato\a, possono essere esercitate sia per puro divertimento, sia per rinforzare l’immagine di sé innanzi al resto del gruppo o della classe, nonché per “togliersi di mezzo” una persona percepita dalla bulla (o dalle bulle) come rivale in qualche campo. Spesso, questi atteggiamenti riflettono la volontà di evitare l’intrusione e l’inserimento di nuovi elementi in un gruppo già ben definito di amicizie[2].
Funziona sempre la “pozione“ contro la vittima: in qualche modo le aguzzine riescono comunque a penetrare nella sua corazza. Quest’ultima la maggior parte delle volte è precaria e sottile, in quanto i protagonisti di questo teatro di bulli e perseguitati sono solo degli adolescenti, o ancora peggio dei bambini,  col carattere ancora in formazione, in cerca di conferme e sicurezze, in cerca di affermazione di sé, di un posto importante nel gruppo e nella società.

La bulla, seguita dal gruppo, riesce a capire quindi il punto debole della vittima, ed è su questo che infierirà maggiormente. Pare che la prevaricatrice riesca, come sostiene la mamma disperata di una perseguitata, “a premere i tasti giusti psicologicamente, è insidiosa, e tutto ciò non è visibile alle insegnanti”[3].
Ed è proprio questa mancanza di visibilità, di palesamento, che ha “ingannato” anche Olweus (primo teorizzatore del bullismo); nei primi studi sui casi di bullismo, le ragazze appaiono sporadicamente, in casi di aperta e visibile violenza fisica. Infatti, il genere femminile è stato da lui visto maggiormente come il soggetto passivo degli atti di bullismo, perpetrati quindi significativamente dai ragazzi. Ci si è concentrati per cui sullo studio del fenomeno di bullying in base al rapporto maschio:maschio o maschio:femmina; ma il velo è calato quando si sono intrapresi studi a riguardo in scuole a frequenza esclusiva per ragazze. Sono infatti emersi numerosissimi casi di bullismo tra di esse[4].

La persona che subisce la prepotenza solitamente è quindi di genere femminile, dalla personalità timida, con disagi fisici oppure sociali abbastanza visibili, oppure particolarmente bella e invidiata, o semplicemente insicura; comunque, un soggetto cui manca il coraggio di reagire ai piccoli  -o grandi- soprusi. Questa assenza di una reazione decisa incoraggia il branco. Rari, a quanto pare, i casi  di difesa della vittima da parte di altri compagni. Infatti, quest’ultima viene esclusa, nessuno le parla direttamente; ma di lei invece si parla molto, solo per dire cose cattive, senza fondamento, malevole.

Non è necessario rimarcare quanto queste azioni possano influire negativamente sull’aspetto psicologico della perseguitata; prima a risentirne è la sicurezza, l’immagine che si ha di sé, l’approccio con gli altri. I pettegolezzi, le occhiatine e le risate che riceve costantemente ogni giorno da parte del gruppetto di bulle, infieriscono sulla costruzione della sua personalità, inevitabilmente.

Alle volte si può rilevare una sorta di bullismo relazionale, in cui gli scontri avvengono non in rapporto gruppo:singolo, ma bensì gruppo:gruppo, sempre di genere femminile[5].. Spesso le prevaricatrici, unitamente alle violenze verbali e psicologiche, commettono dei furti in sfavore della vittima, rubandole oggetti di varia natura, soldi, cosmetici, ecc.[6]

Chi è più debole, comunque, può arrivare ad autoescludersi anche in altri rapporti sociali, per mancanza di accettazione, per insicurezza, per vergogna, per timore di ulteriori parole ostili.
L’allarme maggiore è destato però dai preoccupanti casi di anoressia di ragazze adolescenti, causati dalla depressione e da un’assente accettazione di sé stesse e del proprio corpo. Il corpo è infatti uno dei principali oggetti di scherno preferiti dalle ragazze bulle, che incitano anche il gruppo delle seguaci a fare commenti particolarmente cattivi su alcune caratteristiche fisiche che, nelle adolescenti soprattutto, sono punti deboli psicologicamente.
Per le ragazze, inoltre, il fattore dello sviluppo è particolarmente sentito: si vive nell’attesa di vedersi formare, di vedersi donne. Chi non è abbastanza sviluppata spicca immediatamente tra le altre, ed è facile che venga sminuita e derisa sotto questo aspetto: non è una donna. Oppure, se ha forme troppo marcate, è obesa. Inevitabile, quindi, la formazione di complessi nella mente delle vittime di turno, ed è ciò che appunto nel peggiore dei casi può portare a fenomeni di anoressia, o altri disturbi psicologici.

Il lato peggiore del bullismo al femminile consiste nel suo lato prettamente indiretto, psicologico, subdolo; si maschera bene, e risulta praticamente invisibile all’esterno, a meno che non si faccia parte della classe o del gruppo… o se ne sia la vittima costante o ricorrente. Per questo, insegnanti e genitori hanno difficoltà ad individuarlo, a combatterlo: le ragazzine che recitano la parte delle tormentatrici sono viste semplicemente come “cattivelle”, e non come vere e proprie bulle, quali sono in realtà. Questo è stato, ed è, sinonimo dello sminuire il fenomeno del bullismo tra ragazze, e per questo rimane oscuro, poco considerato. E’ lasciato libero e non ostacolato nella sua distruttività, mentre le ragazze che lo  subiscono spesso si spengono socialmente e interiormente, senza che i familiari riescano a dare - e a darsi - una spiegazione, e a fornire una soluzione ed un aiuto adeguati al problema.


Articolo di Luana Donetti per Informagiovani Italia

"Lettera di un'alunna"

domenica 5 gennaio 2014

Progetto: "Quando il gioco non dura poco... prevenire ed intervenire. Bullismo, aggressività e disagio adolescenziale"

L'Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Varese presenta il progetto in oggetto riservato ai docenti e genitori delle scuole secondarie di primo grado ed agli operatori dei servizi comunali e territoriali promosso in collaborazione con l'Ufficio Scolastico Provinciale.

PREMESSA 
La scuola si pone come luogo privilegiato non solo per l’apprendimento di conoscenze e abilità strumentali allo sviluppo cognitivo dell’individuo, ma anche di norme di rispetto reciproco e di “prosocialità”, necessarie ad un progetto veramente “educativo”. 
Purtroppo, i dati su come gli alunni effettivamente si relazionano tra loro a scuola, in particolare la crescente ricerca scientifica sul bullismo, non sono confortanti. Fa riflettere che già nelle scuole elementari italiane, ad esempio, un bambino su dieci dichiari di subire le prepotenze dei compagni una o più volte la settimana, e che in seguito alle Scuole Secondarie di I° grado il problema assuma connotati di maggiore cronicità, in quanto le angherie si concentrano su un minor numero di soggetti vittimizzati, per questo più sistematicamente bersagliati. 
Questi dati invitano ad intervenire per migliorare le relazioni tra pari, soprattutto alla luce dei molti e prevedibili risultati empirici sull’effetto negativo, a breve ma anche a lungo termine, di simili esperienze di bullismo, sia per chi le perpetra, sia per chi le subisce. 

Infatti, l’essere sistematicamente coinvolti nelle situazioni di bullismo può portare a una serie di esiti di disadattamento e disagio, oramai ben evidenziati dalla letteratura del settore: 
- per le vittime: 
   a breve termine: - desiderio di non andare a scuola; 
                                 - calo dell’autostima; 
                                 - somatizzazioni; 
 a lungo termine:  - episodi depressivi; 
                                 - tentati suicidi; 

- per i bulli: - comportamenti antisociali; 
                      - disturbi della condotta

A contrasto di queste dinamiche relazionali negative agite dagli alunni negli spazi scolastici risulta fondamentale l’intervento sistematico e coerente degli adulti investiti di un ruolo educativo. 
Una scuola che voglia favorire il benessere relazionale al suo interno, per uno sviluppo non solo cognitivo, ma anche morale e sociale dei suoi alunni, ha il compito di ridurre consapevolmente sia gli episodi ricorrenti di bullismo, sia l’indifferenza che purtroppo talvolta li circonda. 
Il progetto “Quando il gioco non dura poco...” mira a intervenire sulle relazioni all’interno del gruppo-classe attraverso strategie di prevenzione primaria o secondaria in particolare rispetto alle dinamiche negative di bullismo. 


FINALITA’ 
Il progetto “Quando il gioco non dura poco...” sarà finalizzato a : 
· fornire una chiara mappa concettuale sui fenomeni dell’aggressività tra pari nelle sue diverse forme, basata sui risultati più recenti della ricerca scientifica del settore; 
· fornire competenze personali utili a saper riconoscere e gestire le reazioni emotive e valoriali suscitate dalle situazioni di prepotenza e di disagio nel gruppo – classe; 
· sviluppare una piena consapevolezza del problema negli adulti investiti di un ruolo educativo - formativo e motivarli a condividere e sviluppare nel tempo strade efficaci di intervento. 


OBIETTIVI SPECIFICI 
· Elaborare una definizione chiara e condivisa di cosa si intende per comportamento di bullismo, differenziandolo da altre forme aggressive e violente; 
· Permettere agli insegnanti e ai genitori una lettura più precisa del fenomeno, nei suoi connotati e nelle sue conseguenze in termini di disagio psicologico e sociale, evitando sia di sottovalutare che di drammatizzare il problema; 
· Valutare l’eventuale presenza effettiva di bullismo nelle classi attraverso uno strumento convalidato; 
· Fornire ai docenti una formazione che li porti a confrontarsi con strategie d’intervento specifiche di prevenzione primaria e/o secondaria;
· Fornire ai genitori una formazione che li porti a migliorare la propria consapevolezza rispetto ai comportamenti dei figli adolescenti, con particolare riferimento agli atteggiamenti aggressivi e passivi e a confrontarsi con strategie di relazione specifiche rispetto ad essi; 
· Costituire un gruppo di lavoro pilota tra i docenti, finalizzato a co-costruire con la consulenza degli esperti interventi preventivi anti-prepotenza; 
· Fornire consulenza ai docenti nell’applicazione di strategie specifiche per la riduzione graduale del fenomeno; 
· Verificare il livello di efficacia della strategia applicata, rilevando i punti di successo e i punti critici. 


DESTINATARI 
Due incontri di presentazione del progetto e di sensibilizzazione - informazione sul tema saranno  rivolti ai dirigenti scolastici, docenti, genitori delle Scuole Secondarie di I° grado della provincia di Varese ed operatori sociali ed educativi interessati al tema. 
Il percorso di sensibilizzazione e informazione sarà destinato ai genitori. 
Il percorso di formazione e consulenza, invece, risulta rivolto ai docenti interessati

REALIZZAZIONE DEL PROGETTO 
Il progetto “Quando il gioco non dura poco...” è realizzato dall’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Varese in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale. 
La realizzazione scientifica è affidata ad IPSE, Istituto Psicologico Europeo di Varese. 
L’IPSE metterà a disposizione personale esperto per tutta la durata del progetto, infatti il Settore di Psicologia Scolastica dell’IPSE è coordinato dal Psicologhe a Indirizzo/Orientamento Evolutivo e dell’Educazione, esperte in Psicologia Scolastica. 
Saranno coinvolti nel progetto in particolare: il Presidente dell’IPSE, Dott. Pierluigi Pezzotta e le Psicologhe del settore di Psicologia Scolastica Dott.sse Stefania Pollice e Irma Favini.