martedì 31 dicembre 2013

Il silenzio non risolve le cose.



Il fenomeno del bullismo, come molti altri atti di violenza e vessazione, porta spesso la vittima e chi le sta intorno ad assumere un atteggiamento di silenzio e non denuncia, per vergogna, per paura di peggiorare la situazione, perché si teme di non essere creduti. Questo atteggiamento però rischia di peggiorare la situazione e di inserire la persona in un circuito da cui sarà poi impossibile uscire.
La storia di Alessandro.
Alessandro, 15 anni, è vittima di bullismo da quando ne aveva 6. Lui racconta che nessuno è mai intervenuto in sua difesa e anche i genitori hanno preferito non far nulla per evitare che la situazione peggiorasse. Lui stesso per la difficoltà di raccontare e rivivere le continue esperienze di umiliazioni e prese in giro si chiudeva in se stesso al posto di denunciare e sensibilizzare protagonisti, antagonisti e semplici spettatori.
È vittima di bullismo fin da piccolissimo. Una sua amica raccontò agli altri bambini che il suo papà faceva lo spazzino di mestiere, secondo lui non c’era niente di male, ma gli altri non la pensavano affatto così, per loro era inaccettabile, forse perché erano figli di genitori appartenenti a classi sociali più elevate. Da quel giorno hanno cominciato ad escluderlo, a picchiarlo ad insultarlo. Gli insegnanti non prendevano in considerazione queste situazioni, non agivano ma restavano passivi. Da solo sentiva di non poter combattere, anzi contro di lui e i suoi genitori si schierarono tutti. Non abbiamo mai denunciato tale situazione alle forze dell’ordine per paura di degenerare, ma la situazione è peggiorata in ogni caso. Alessandro ora si rende conto che non bisogna stare zitti, ma informare e chiedere aiuto. I bulli presi singolarmente sono il nulla, il tassello insignificante della società, è nel gruppo che trovano identità e forza.

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