Il fenomeno del bullismo, come molti altri atti di
violenza e vessazione, porta spesso la vittima e chi le sta intorno ad assumere
un atteggiamento di silenzio e non denuncia, per vergogna, per paura di
peggiorare la situazione, perché si teme di non essere creduti. Questo atteggiamento
però rischia di peggiorare la situazione e di inserire la persona in un
circuito da cui sarà poi impossibile uscire.
La storia di Alessandro.
Alessandro, 15 anni, è vittima di bullismo da quando ne
aveva 6. Lui racconta che nessuno è mai intervenuto in sua difesa e anche i
genitori hanno preferito non far nulla per evitare che la situazione
peggiorasse. Lui stesso per la difficoltà di raccontare e rivivere le continue
esperienze di umiliazioni e prese in giro si chiudeva in se stesso al posto di
denunciare e sensibilizzare protagonisti, antagonisti e semplici spettatori.
È vittima di bullismo
fin da piccolissimo. Una sua amica raccontò agli altri bambini che il suo papà
faceva lo spazzino di mestiere, secondo lui non c’era niente di male, ma gli
altri non la pensavano affatto così, per loro era inaccettabile, forse perché erano
figli di genitori appartenenti a classi sociali più elevate. Da quel giorno
hanno cominciato ad escluderlo, a picchiarlo ad insultarlo. Gli insegnanti non
prendevano in considerazione queste situazioni, non agivano ma restavano
passivi. Da solo sentiva di non poter combattere, anzi contro di lui e i suoi
genitori si schierarono tutti. Non abbiamo mai denunciato tale situazione alle
forze dell’ordine per paura di degenerare, ma la situazione è peggiorata in
ogni caso. Alessandro ora si rende conto che non bisogna stare zitti, ma
informare e chiedere aiuto. I bulli presi singolarmente sono il nulla, il
tassello insignificante della società, è nel gruppo che trovano identità e
forza.
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